Il TEMPIO DELLA MAGNA MATER sul Palatino

23 Ago
23 agosto 2013

Il TEMPIO DELLA MAGNA MATER sul Palatino. Durante la prima guerra punica il possesso della Sicilia era passato dalle mani di Cartagine a quelle di Roma. Tutti gli aristocratici Cartaginesi che possedevano interessi nel Mediterraneo avevano perso molti soldi in quella guerra. Fu per compensare queste perdite che pochi anni dopo nella città Africana prese il sopravvento il partito di chi spingeva a riprendere una politica di espansione nel Mediterraneo, e in particolare verso la Spagna.
Fra chi aveva maggiore interesse a sostenere l’impresa di conquistare la penisola iberica c’erano i Barca, una delle famiglie più influenti dell’aristocrazia di Cartagine. Fu un suo esponente, Amilcare, a comandare la spedizione. Come comandante aveva già combattuto e vinto contro Roma numerose battaglie, ma era arrivato sui campi di battaglia in un momento in cui la prima guerra punica volgeva ormai inesorabilmente a favore di Roma. Finita la guerra, e tornato in Africa, aveva visto Roma infrangere il trattato di pace, occupando la Sardegna, territorio verso cui la sua famiglia aveva interessi commerciali. Il suo odio verso Roma era tanto emotivo, quanto basato su fatti reali. Partito per la Spagna, dal 237 a.C. al 229 a.C. ottiene una serie infinita di successi, e conquista buona parte della Spagna meridionale. Non lo fermarono i nemici Romani, ma la corrente di un fiume dentro al quale annegò. Gli succedette Asdrubale che fino al 221 a.C., data della sua morte, portò avanti le conquiste fino al fiume Ebro.
Nel frattempo il Senato Romano, impensierito dall’avanzata dei punici in Spagna, ratificò un accordo con Cartagine, il quale poneva sull’Ebro il limite delle sfere d’influenza fra i due rispettivi stati.
Nel 221 a.C. Annibale, figlio di Amilcare, succedette ad Asdrubale. Aveva ventisei anni, e al fianco di suo padre aveva passato quasi tutta la vita negli accampamenti degli eserciti, per lui i Romani erano peggiori dei pidocchi.
Dopo essere riuscito a portare a termine la conquista della penisola Iberica nell’arco di un solo anno, Annibale decise che era giunto il momento di dichiarare guerra a Roma.  Lo fece a suo modo, provocò Roma non violando nessun accordo di pace. Semplicemente assediò Sagunto, una città alleata di Roma, ma che era a sud del fiume Ebro, dunque sotto la piena giurisdizione di Cartagine. Se Roma avesse risposto alla provocazione, lui avrebbe avuto la ragione dalla sua parte.
Il Senato Romano accettò la sfida e chiese a Cartagine di imporre la ritirata di Annibale da Sagunto. Ai Cartaginesi questa richiesta suonò come una dichiarazione di guerra e poco dopo Annibale poté occupare definitivamente la città spagnola provocando lo scoppio della guerra. Roma si preparò alla guerra come se dovesse agire sia sul fronte Africano, sia su quello spagnolo. Il suo intento era provocare una divisione delle forze Cartaginesi. Poi attese la prima mossa degli avversari. Annibale dal canto suo aveva programmato una mossa che i Romani non avrebbero mai potuto prevedere, il suo piano era scavalcare le Alpi – quelle montagne che i romani chiamavano le mura di Roma – e sorprendere i nemici alle spalle. Era convinto che le genti della valle padana, da poco entrate nell’orbita romana, si sarebbero facilmente ribellate a Roma e accorse a rinserrare i ranghi del suo esercito.
Partito con 46000 uomini per la traversata delle Alpi, fra le imboscate della popolazione locale e la difficoltà del percorso ne morirono quasi la metà. Annibale tuttavia, grazie al suo carisma, riuscì a tenere uniti i superstiti e una volta giunto in Italia aveva ancora con se un esercito che contava 26.000 soldati, praticamente un terzo degli uomini effettivi di tutti i territori di Cartagine.
La strategia che Roma mise in campo per contrastare Annibale fu quella di intercettarlo in Italia Settentrionale e al tempo stesso portare un esercito in Spagna per toglierli la possibilità di ricevere rifornimenti e forze fresche. Annibale in Italia vince e vince ovunque, mentre soldati celtici desiderosi di bottino affluivano da ogni parte a ingrossare le file del suo esercito.
La prima battaglia combattuta vicino al fiume Ticino nel 218 a.C. vide uno scontro fra le opposte cavallerie. Il console Romano Scipione al comando di una cavalleria composta di galli fu sconfitto per ben due vote e poi costretto a fuggire, mentre i Galli defettavano in massa e andavano a unirsi alle schiere dell’esercito di Annibale. La seconda battaglia combattuta nello stesso anno sul fiume Trebbia, vide nuovamente Roma perdere e l’esercito Romano fu annientato, su 40000 soldati solo poche migliaia riuscirono a portarsi in salvo e ad avere salva la vita. Nella primavera successiva, quella del 217 a.C. ci fu la terza battaglia, combattuta questa volta sulle sponde del lago Trasimeno. In realtà più che di una battaglia si trattò di una carneficina a cielo aperto. L’esercito del console Flaminio, Gaio Flaminio Nepote, colui che aveva fatto costruire la via Flaminia e il circo Flaminio, cadde in un imboscata e perse la vita insieme ad altri 25000 soldati.
A questo punto Annibale avrebbe potuto puntare su Roma, ma non lo fece. Preferì attendere il momento propizio, sapeva che per un assedio alla città le sue forze non sarebbero state sufficienti. Decise quindi di raggiungere la Puglia, dove corteggiando le città magnogreche –tradizionalmente inclini all’indipendenza- sperava di riuscire a isolare Roma anche politicamente.
Era dal momento dell’assedio dei Galli, avvenuto quasi due secoli prima, che Roma non aveva cosi paura. L’esito fallimentare delle battaglie combattute fino a quel momento spinse il senato ad accentrare il potere nelle mani di un dittatore, Quinto Fabio Massimo, che allora aveva più di settant’anni. Il suo punto di vista era che l’unica soluzione per sconfiggere Annibale era logorarlo in modo lento attraverso piccole azioni di guerriglia. Questa strategia che consegnò poi Quinto Fabio Massimo alla storia con il nome di temporeggiatore, funzionò soprattutto perché Annibale per restare in Italia aveva bisogno di risorse, che prendeva dalle campagne, provocando la stanchezza degli alleati italici.
L’insicurezza sociale però presto si ritorse contro la stessa Roma. Nel 216 la situazione era insostenibile. I soci italici non si sentivano più protetti. A Roma, riprese di nuovo piede la posizione di chi insisteva a giocarsi il tutto per tutto in una guerra definitiva. Ci si preparò all’intervento diretto, i due consoli eletti per l’anno successivo si prepararono alla battaglia decisiva e a Roma buona parte delle persone che erano in grado di prendere in mano un’arma partì per la guerra. I Romani dovevano avere la sicurezza della vittoria. L’esercito era immenso, 50000 uomini. Annibale ne aveva solo 35000. Per la battaglia si scelse un campo aperto, vicino a Canne, in modo da non correre il rischio di cadere nelle trappole del generale Punico.
A Canne grazie a un abile schieramento delle truppe, l’esercito Cartaginese riuscì a circondare quello Romano disponendo la fanteria ai lati e la cavalleria alle spalle. L’esercito Romano fu sterminato uomo dopo uomo. Soltanto diecimila Romani riuscirono a scappare e a salvarsi la vita.
Quando la notizia si diffuse, a Roma fu il silenzio. Non c’era mamma che non avesse perso un figlio in quella guerra e il Senato ordinò trenta giorni di lutto cittadino.  Fuori da Roma città importanti dell’Italia stavano defezionando una dopo l’altra, Capua, Siracusa, Taranto. Si ribellarono i Sanniti, l’Apulia, il Bruzio. Ogni cosa sembrava contribuire ad accentuare l’impressione che tutto era ormai perduto.
Annibale stava a guardare, forse si aspettava una resa. In quelle condizioni, pur di non subire l’umiliazione finale qualsiasi stato dell’antichità si sarebbe arreso. Annibale aveva portato Roma allo stremo, ma senza volerlo, senza saperlo, stava temprando lo spirito di una città che presto sarebbe stata pronta a conquistare il mondo.
Il Senato scusandosi con Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore, decise di rivalutare il suo piano strategico e nei mesi seguenti con piccoli manipoli dell’esercito sottopose Annibale a un’azione di logoramento continuo. Il generale africano chiese invano truppe fresche a Cartagine, che gliele negò, forse spaventata dal potere che il generale aveva acquisito dopo la battaglia di Canne. Non lo aiutò nemmeno il suo alleato Filippo di Macedonia poiché i Romani in accordo con gli Etoli avevano badato a tenerlo impegnato militarmente. Mentre Annibale si ritrovava isolato in Calabria, impossibilitato dalle flotte romane a ricevere rifornimenti dalla Spagna, Roma ebbe la possibilità di formare un nuovo e nutrito esercito. Nel 211 mentre Annibale si spingeva fin davanti alle mura per una semplice azione dimostrativa, Roma riprese Siracusa, poi nel 209 Taranto, poi Sagunto. Le vittorie ora arridevano a Roma, eppure tutti i generali si rifiutavano di attaccare Annibale direttamente: quando ci provarono, per ben due volte nel 210 e nel 208, i loro eserciti furono sconfitti.
A questo punto accadde l’impensabile, mentre Roma era impegnata a riconquistare la posizione di forza persa sul mare dell’Adriatico, alcune colonie latine impoverite fino allo stremo, si rifiutarono di versare a Roma altri aiuti per la guerra. Allo stesso tempo il fratello di Annibale, Asdrubale, riuscì ad attraversare le Alpi con un esercito discretamente numeroso e alcuni elefanti da guerra. I due fratelli programmarono di incontrarsi nell’Italia centrale per poi attaccare Roma. La fortuna volle però che i Romani catturassero alcuni messaggeri Cartaginesi riuscendo ad anticipare le mosse di Asdrubale. Mentre si trovava nel suo accampamento Annibale, vide la testa di suo fratello ruzzolare davanti ai suoi piedi. Pur di vendicarsi nessun prezzo per lui sarebbe mai stato troppo alto.
In quegli anni Roma era devastata, non solo economicamente, ma anche dentro l’anima dei suoi abitanti. Il popolo pativa la fame, le persone che non erano partite per la guerra, quando anche riuscivano a coltivare un campo, non avevano la sicurezza che il proprio raccolto non sarebbe stato razziato. Dopo secoli di armonia sembrava che gli Dei avessero abbandonato Roma e una maledizione fosse piombata sulla città. Il Senato per recuperare il favore degli Dei, o forse per placare gli animi delle persone, ordinò la costruzione del Tempio della Magna Mater “La Grande Madre Cibele” sul Palatino. Era un fatto insolito che a una divinità straniera fosse concesso di risiedere sul Palatino, ma la dea venerata in Troade ricordava da vicino la saga delle origini Troiane di Roma. Il 4 aprile del 204 a.C. da Pessinonte fu introdotta a Roma la pietra nera (probabilmente un meteorite) regalata dal Re di Pergamo. Per la scarsità delle risorse disponibili il tempio non fu però finito prima del 191 a.C.
Annibale tutto aveva previsto, ma non la forza d’animo e di reazione degli Italici e di Roma. Al momento della sua partenza aveva saggiato la possibilità di un sentimento di riscossa anti-romana, ma gli Italici avevano tenuto duro oltre ogni sua ragionevole aspettativa.
Un esponente della Gens Cornelia, Scipione, intanto era tornato dal fronte spagnolo. Fu lui che riuscì a convincere il Senato a portare la guerra in Africa, e per questo fu poi soprannominato l’Africano. Scipione nella guerra in Spagna era stato capace di capolavori di arte bellica, come quello della battaglia di Ilipa, dove vincendo contro un esercito ben superiore al suo, aveva posto fine al dominio Cartaginese in Spagna. Ora ambiva a confrontarsi con Annibale. Dopo essere giunto in Africa e avere svernato un inverno grazie anche all’appoggio del sovrano berbero Massinissa, occupò Tunisi, poi si preparò ad attaccare Cartagine. Quest’ultima si affrettò a richiamare Annibale in Africa.
Lui, Annibale, che per più di quindici anni era riuscito a tenere compatto l’esercito in una terra straniera e ostile, ora se ne andava, forse aveva già intuito la sconfitta. Annibale al momento di lasciare l’Italia era consapevole che abbandonare l’Italia era una mossa sbagliatissima, ma a chiederglielo era stata la sua terra natia, Cartagine, che come in un gioco crudele del destino solo in quel momento si era ricordata di lui.
Nella famosa battaglia di Zama del 202 a.C. si scontrano due geni militari dell’antichità, due uomini di un valore cosi eccezionale che le loro tattiche sono ancora studiate dagli eserciti di tutto il mondo. Si trattò di una battaglia epica. Scipione usò la tattica tipica di Annibale, quest’ultimo fece invece ricorso a una tattica usata anni prima da Alessandro Magno, quella cioè di lasciare da parte una riserva e spingerla a caricare l’esercito nemico solo al momento più opportuno. Scipione fortunatamente se ne accorse in tempo, e quando vide l’esercito nemico caricare i propri uomini, fece riordinare in fretta le file dell’esercito. Per Annibale fu la disfatta, Cartagine fu obbligata a non muovere più guerra senza che i Romani ne fossero informati. Le basi dell’impero di Roma erano gettate.

Riferimenti bibliografici:
Guido Clemente. Guida alla storia Romana. Milano, 1977.
Giovanni Vitucci. Linee di storia romana. Roma, 2007.
Filippo Coarelli. Roma. Bari, 1980.
Piere Gros, Mario Torelli. Storia dell’urbanistica – Il mondo Romano. Bari, 2010.

 

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