Riflessioni sulla FINE DELL’IMPERO ROMANO

25 Giu
25 giugno 2013

Riflessioni sulla fine dell’impero Romano. UN IMPERO GRANDIOSO COME QUELLO ROMANO A UN CERTO PUNTO DELLA STORIA È FINITO. Questa constatazione ha commosso e turbato l’animo di tantissimi storici. In effetti, il concetto di fine pone degli interrogativi non da poco, soprattutto per chi come noi vive in una civiltà altrettanto stratificata come quella di allora. L’impero Romano era riuscito a mettere insieme tante tradizioni diverse, aveva unito popoli eterogenei, si dice che la sua grandezza risieda appunto nell’aver creato un’organizzazione capace di unire tutto il mondo antico sotto un’unica forma di governo, evoluta sotto ogni punto di vista, sociale, giuridico, economico, culturale. Allora perché a un certo punto della storia, precisamente fra il quarto e il quinto secolo dopo Cristo, cioè appena sessanta generazioni orsono, tutta questa sistemazione collassa su se stessa?
Proveremo in termini sommari ad individuare alcuni dei punti principali del problema. Nel III secolo l’Europa non se la passava molto bene, Roma era uscita da un periodo di anarchia militare durante il quale l’esercito aveva assunto un’importanza enorme, un’importanza che gli consentiva persino di acclamare gli Imperatori. In questo secolo i poteri personali degli imperatori erano vastissimi, ma potevano durare anche solo pochi giorni. L’incapacità del potere centrale di contrastare le acclamazioni degli imperatori da parte degli eserciti, era dovuta alla debolezza del senato, a sua volta accresciuta da un’insicurezza sociale diffusa, mancanza di lavoro, inflazione, paura del futuro.
L’inflazione dei prezzi aveva costretto già Caracalla ad abbassare il peso dell’Oro e dell’Argento contenuto nelle monete. Era però l’idea di un impero, al cui interno le forze produttive, economiche e militari si dovevano reggere in equilibrio fra di loro, che non funzionava più ed era arrivata a un punto di crisi con il III secolo. L’impero Romano se voleva difendere i propri confini era ora costretto a spesarsi da solo, non poteva pagare più le spese con i soldi delle provincie, e la burocrazia costava parecchio. Spesso si è data ai barbari la colpa della fine dell’impero, se in qualche modo è vero che le vicende di questi popoli del Nord s’intrecciano con la storia della fine dell’Impero, non ci dobbiamo scordare che i barbari sono sempre esistiti, e non possono rappresentare da soli il motivo della fine dell’impero. I barbari di solito si spostavano in piccoli gruppi, e oltretutto si inserivano in una situazione in cui l’impero era libero di reagire, come effettivamente fece fino a quando ci riuscì. La stessa Roma, attraverso l’istituto dell’hospitalitas, contribuiva a far entrare spesso i barbari entro i confini, dava loro delle terre e chiedeva in cambio protezione militare nei confronti di altri barbari. Alla fine del Terzo secolo ci furono una serie di imperatori, abili comandanti militari che riuscirono per circa due secoli a tamponare un po’ la crisi.
L’imperatore più importante che si ricorda della fine del terzo, inizio del quarto secolo, è Diocleziano (governo 284-305). Eletto dall’esercito si occupò in primo luogo di trovare una soluzione che garantisse la governabilità. L’impero era molto difficile da governare in quel periodo soprattutto per la sua stessa grandezza, a Est i confini superavano i seimila chilometri e non era semplice per gli imperatori difendere in prima persona territori che si estendevano dall’Iraq all’Inghilterra. Centinaia di migliaia di persone dovevano essere schierate per combattere nemici agguerriti come i Germani, eserciti validi e altrettanto organizzati come quelli Persiani; e c’era anche per gli Imperatori il problema di pagare i soldati. Diocleziano escogita la soluzione di dividere l’impero fra quattro titolari, e assegnare in gestione a ognuno di essi una parte più piccola. Questo sistema di governo si chiamerà tetrarchia. Ci sono ora quattro nuove capitali per l’impero, ma Roma non è scelta, è tagliata fuori in quanto la sua posizione geografica è marginale. Diocleziano in secondo luogo impone una riforma fiscale senza precedenti in tutto il mondo Romano, centralizza il fisco e impone due tipi di tasse, una sulla proprietà fondiaria, l’altra sul reddito. Lo stato esige dai cittadini che le tasse siano pagate perché c’è bisogno di mantenere in vita gli organi burocratici che assicurano la vita a un’Impero, che però è sempre più malato. Quello che Diocleziano non comprende è che questo sistema di esazione fiscale ben presto avrebbe bloccato l’economia. Nel IV secolo l’inflazione è un grande problema, l’imperatore tenta di dare al denaro un valore maggiore ma non ci riesce. Nel 305 muore e il sistema tetrarchico non è rispettato, nel 312 ci sono due imperatori Costantino e Licinio.
Costantino persegue riforma del sistema finanziario avviato da Diocleziano, procurandosi in qualche modo l’oro e riuscendo a stabilire un valore solido al soldo: le intenzioni erano quelle di rendere la valuta romana credibile sui mercati internazionali, e buona per il pagamento delle tasse. Gli imperatori di questo periodo sanno come far pagare le tasse, ma dall’altro lato non era facile per le persone pagare, questo genera povertà. I contadini possono coltivare la terra, però la ricchezza che circola finisce nelle tasche solamente di chi ha altro oro da investire, sopratutto di quegli aristocratici che hanno potere sufficiente per prendere le distanze dal potere centrale, sempre più debole. Costantino nel 324 non vede altra soluzione che spostare la capitale a Bisanzio, una città già urbanizzata, la sua posizione garantiva maggiore vicinanza alla più dinamica realtà Orientale. Questa città d’ora in poi si chiamerà Costantinopoli e presto diventerà la capitale dell’Impero Romano d’Oriente.
La forte burocratizzazione aveva salvato l’impero per un po’, ma fra il quarto e il quinto secolo i meccanismi economici dell’Occidente per le classi sociali più povere si erano per buona parte immobilizzati. In Europa e in Africa sopravvivevano solo fastose e grandi ville di produzione i cui prodotti, spesso di qualità erano destinati all’esportazione. Erano questi i preludii alla grande proprietà fondiaria dei secoli successivi. Se c’era una struttura di governo che aveva veramente tratta vantaggio da questa crisi, questa era la Chiesa monoteista. Per le persone, infatti, la fede era l’unica risposta possibile a problemi in cui era in gioco la loro stessa vita, spirituale e materiale. Ogni città dell’epoca aveva un vescovo che teneva insieme la comunità. All’epoca di Costantino la religione Cristiana era diventata una religione lecita, e grazie a questo la chiesa aveva acquisito il diritto di poter possedere dei beni materiali. Per il resto l’occidente nel V secolo era una realtà politica disgregata, il 476 d.C. data della deposizione dell’ultimo imperatore Romano è solo una data simbolica della fine di una sistemazione del mondo che cosi com’era non poteva essere destinata a durare. Dalla sua disgregazione nascerà un periodo nuovo, il medioevo, in cui l’Occidente riuscirà a ritrovare se stesso.

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