Catacombe Santi Marcellino e Pietro. Torpignattara.

13 Nov
13 novembre 2017

Sull’antica via Labicana (attuale via Casilina), dove sorge il Mausoleo di Elena comunemente conosciuto come Torpignattara, furono scavate le catacombe dei SS. Pietro e Marcellino. Si tratta di un esteso complesso di sepolture cristiane, installatosi nel luogo dove era precedentemente collocato il cimitero degli Equites Singulares Augusti. L’avvento di Costantino e la politica filo cristiana avviata dall’imperatore fecero sì che in questo luogo, denominato ad duas luaros (= presso i due allori), fosse edificata una basilica circiforme, la tomba dell’imperatrice madre Elena e, per l’appunto, il cimitero cristiano ipogeo.

Le catacombe, pur essendo luoghi di sepoltura comunitari, meravigliano sempre il visitatore, soprattutto quando l’idea della morte cristiana si armonizza perfettamente con i colori e gli affreschi che impregnano le pareti di quelle stanze sotterranee – i cubicula – e degli arcosoli. È allora che i defunti narrano la propria vita, trasmettendo i valori del credo cristiano e la speranza in un aldilà paradisiaco, al fianco dei santi, di Cristo, degli apostoli. Il tempo e la terra, custodi di tesori pittorici, svelano affreschi di miracoli, di storie Vetero e Neotestamentarie, come nel caso del recentemente restaurato cubicolo “dei due ingressi” o “della matrona orante”. Sulla volta dell’ambiente, all’interno di una ricca cornice color rosso mattone, intervallata con serti vegetali fioriti, alcune partizioni dalla forma di mezza luna accolgono figurazioni interessanti: vi è Daniele nudo e orante tra i leoni e la storia di Giona rappresentata in tre dei momenti principali, ovvero il profeta gettato in mare e ingoiato dal pistrice, sdraiato sotto il pergolato e, infine, seduto e pensoso sotto la pianta oramai secca. Al centro della volta, vi è il nucleo del programma figurativo, costituito dal Buon Pastore, simboleggiante Cristo, con due pecorelle ai lati e una sulle spalle. Altre rappresentazioni di volatili, di animali marini e di una coppia orante – un uomo e una donna – arricchiscono ogni spazio della cupola del cubicolo, ma si rivela anche la presenza di Noè orante nell’arca, la quale si configura come una piccola cassetta lignea, mentre la colomba con il rametto d’ulivo giunge leggiadra in volo. Sulle pareti fa la sua comparsa il motivo del pavone, celebre simbolo cristiano per indicare l’immortalità, in quanto si credeva che le sue carni fossero incorruttibili dopo la morte. Il programma figurativo, alludente alla salvezza, è stato pensato appositamente per far sì che i defunti qui sepolti avessero, in qualche modo, assicurato un aldilà paradisiaco. Ed è interessante ancora osservare il volto di un membro di quel nucleo, probabilmente familiare, che fece del cubicolo dei due ingressi la propria domus aeterna: la defunta orante, in tunica e palla, è ormai certa di aver raggiunto l’aldilà, simboleggiato dai due alberi ai lati, mentre lo sguardo è ispirato, perso in un mondo altro.

Il cubicolo “delle stagioni”, invece, costituisce un ulteriore monumento che si distingue per il suo ricco programma figurativo. Databile intorno alla prima metà del IV secolo d.C., trae il suo nome dalle splendide teste stagionali che si collocano agli angoli della volta: le personificazioni dell’estate, della primavera, dell’autunno e dell’inverno osservano lo svolgersi del già citato ciclo di Giona – qui presente in quattro scene relative alla storia del profeta – e a quattro oranti, due donne e due uomini, probabilmente riconducibili ai defunti proprietari del cubicolo. Lo spazio centrale della volta è nuovamente occupato dal Buon Pastore, motore del cosmo cristiano. Ma la magnificenza dell’ambiente non termina qui, in quanto ogni spazio tra le sepolture è affrescato: vi è rappresentata la moltiplicazione dei pani, seguita da personaggi come Giobbe, Mosè che percuote la rupe con la sua virga per farne scaturire la sorgente d’acqua e Noè nell’arca che attende la colomba, senza contare le scene cosiddette “di genere” con ovini accovacciati nel prato e motivi decorativi composti da elementi floreali.

Quello delle catacombe è un luogo di morte, eppure si percepiscono vita, speranza, colore al loro interno. Le catacombe dei SS. Pietro e Marcellino si distinguono anche per le numerose rappresentazioni riguardanti i banchetti: uomini e donne sono sdraiati o seduti intorno a queste mense dalla forma di sigma lunato, mentre un tripode sormontato da grossi piatti con cibarie – pesci, volatili, pane – compaiono in posizione centrale. I servitori si accingono a porgere le bevande all’interno di coppe. È questo il caso dell’arcosolio di Sabina, oppure di Irene e di Agape.

Il IV secolo avanza e l’elevata committenza, che richiede ai pictores di operare per suo conto, decide di riprendere un tema ispirato al mondo profano e molto caro all’arte cristiana: quello di Orfeo, incantatore di animali e comparabile a Cristo il quale, con la sua parola, attrae le anime degli uomini. È allora che nasce l’arcosolio di Orfeo, la cui lunetta presenta proprio il cantore Trace dallo sguardo ispirato, abbigliato alla maniera orientale, con il berretto partico, una tunica variopinta e chiusa con bottoni, tenuta ferma da una preziosa cintura. In una mano tiene la lira, mentre nell’altra stringe il plettro; ai lati, due alberi con altrettanti volatili e alcuni arbusti alludono a un’ambientazione esterna, un prato solare e arioso, dove Orfeo sta suonando e cantando. L’intradosso dell’arcosolio appare fittamente decorato: le linee divisorie si intersecano a comporre uno schema che ricorda i soffitti cassettonati, mentre estrosi fiori stilizzati riempiono ogni spazio.

Ma chi erano Pietro e Marcellino? Il primo era un esorcista e il secondo un presbitero. Sarà il cubicolo detto “dei santi”, databile al tardo IV – inizi del V secolo d.C., a presentarli insieme ai SS. Tiburzio e Gorgonio, altri due martiri venerati nelle catacombe della via Labicana, mentre acclamano Cristo, nimbato e abbigliato con una tunica porpora, seduto su un subsellium e con un codice aperto tra le mani. Ai suoi lati sono raffigurati i Principi degli Apostoli, Pietro e Paolo e, in asse con lo stesso Cristo, vi è la sua trasposizione zoomorfa, l’Agnus Dei posto sul monte da cui sgorgano i quattro fiumi paradisiaci.

La tomba dei due martiri eponimi è collocata, invece, nella cripta che si presenta come esito delle trasformazioni avvenute nel corso del tempo. La monumentalizzazione dell’ambiente si deve però a papa Damaso (366-384), promotore del culto martiriale, il quale fece inserire due pilastrini scanalati ai lati dei due loculi sovrapposti contenenti le spoglie mortali di Pietro e Marcellino, con la funzione di sorreggere un arco. Vi era poi una transenna con il motivo a squame, una mensa semicilindrica ricoperta in marmo, lampade votive che rischiaravano quel luogo e un’iscrizione monumentale che ricordava il martirio dei due santi. Quella stessa cripta, già ricca in epoca antica, mutò in una piccola basilica in epoca altomedievale, cui si accedeva tramite un ampio scalone percorso dai numerosi pellegrini che lasciarono tracce del loro passaggio, incidendo nomi e invocazioni sulle pareti. Nel IX secolo però tutto questo si esaurì, quando le spoglie dei martiri furono traslate. La basilichetta cadde in disuso, così come gli edifici esterni. Nonostante l’uomo abbia dimenticato di percorrere quelle gallerie, la terra le ha preservate dalla furia del tempo. I recenti restauri, che hanno restituito luminosità e vitalità a quelle rappresentazioni, fanno sì che le catacombe dei SS. Pietro e Marcellino siano ancora un gioiello archeologico di inestimabile valore storico e culturale.

 

Cristina Cumbo.

 

Se vi è piaciuto l’articolo fatecelo sapere con un Mi piace.

Commenta

comments